Curiosità nei dintorni

Cuoriosità e leggende che si fondono in tradizione e superstizione del territorio. Le storie più e meno famose della nostra provincia raccontate nell’era digitale. In questa sezione potete trovare tutte le leggende e le curiosità della nostra bella provincia Emiliana.

La Dama Bianca al Palazzo dei Pio

Un’antica leggenda racconta che la torre medievale detta dell’Uccellino nel Palazzo dei Pio a Carpi sia stata abitata nei secoli passati da una bellissima dama, moglie di uno dei signori Pio che governava la città. E’ la leggenda della “Dama Bianca” al Palazzo dei Pio a Carpi. Non si sa bene se Bianca era il nome della ragazza o il colore dell’abito e della luce che emana quando appare. La versione ufficiale dice che la dama avesse un marito davvero crudele, rozzo e rude, un guerriero al servizio dei signori di Milano. Si afferma che la cattiveria di quest’uomo lo indusse a far uccidere la bella moglie e farla gettare da una finestra del Palazzo. La Dama avrebbe poi lanciato una maledizione secondo la quale ella sarebbe apparsa tre giorni prima della morte di qualcuno della famiglia per arrecare angoscia e dolore a gli ultimi giorni di vita degli stessi, e sembra che così sia stato. Diversa è la versione che si sente mormorare d’estate dai ragazzini che si radunano in piazza. Sembra che la Dama si fosse, in realtà, buttata dalla finestra una sera in cui al Palazzo c’era una festa meravigliosa e le era stato impedito di partecipare poiché era presente anche il suo innamorato, un giovane che le proibivano di vedere per evitare scandali con il marito. Foto di: Federico Massari
Un’antica leggenda racconta che la torre medievale detta dell’Uccellino nel Palazzo dei Pio a Carpi sia stata abitata nei secoli passati da una bellissima dama, moglie di uno dei signori Pio che governava la città. E’ la leggenda della “Dama Bianca” al Palazzo dei Pio a Carpi. Non si sa bene se Bianca era il nome della ragazza o il colore dell’abito e della luce che emana quando appare. La versione ufficiale dice che la dama avesse un marito davvero crudele, rozzo e rude, un guerriero al servizio dei signori di Milano. Si afferma che la cattiveria di quest’uomo lo indusse a far uccidere la bella moglie e farla gettare da una finestra del Palazzo. La Dama avrebbe poi lanciato una maledizione secondo la quale ella sarebbe apparsa tre giorni prima della morte di qualcuno della famiglia per arrecare angoscia e dolore a gli ultimi giorni di vita degli stessi, e sembra che così sia stato. Diversa è la versione che si sente mormorare d’estate dai ragazzini che si radunano in piazza. Sembra che la Dama si fosse, in realtà, buttata dalla finestra una sera in cui al Palazzo c’era una festa meravigliosa e le era stato impedito di partecipare poiché era presente anche il suo innamorato, un giovane che le proibivano di vedere per evitare scandali con il marito.
Foto di: Federico Massari

 La Leggenda del Bucamante

Misteri Modenesi | Le leggende dell'Appennino Modenese, le origini storiche dietro al mistero „E' una delle leggende dell'Appennino più note e più intriganti. L'ambientazione riguarda le cascate del Bucamante, che devono il loro nome alla tragisca storia del pastore Titiro e della nobile dama Odina. Lei era bellisima, giovane, bionda ed era solita fare lunghe passeggiate per i boschi in compagnia della sua domestica, e fu in una di queste camminate che incontrò il giovane pastore Titiro, anch'egli bellissimo. I due si innamorarono, per poi incontrarsi in segreto, ma un giorno la domestica invidiosa disse tutto ai genitori di Odina, che fecero rinchiudere la figlia nel castello. Odina però riuscì a scappare e raggiunse Titiro, ma non passò molto tempo che udirono le voci dei domestici in lontananza, così, capendo che il loro amore sarebbe finito, si gettarono dalle cascate del Bucamante, in un tenero abbraccio che li avrebbe uniti per l'eternità. “ Potrebbe interessarti: http://www.modenatoday.it/cronaca/misteri-modenesi-leggende-appennino-modenese-origini-storiche-dietro-al-mistero.html Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/ModenaToday/125552344190121 Foto di: Ruggero Bladaccini
Le origini storiche dietro al mistero E’ una delle leggende dell’Appennino più note e più intriganti. L’ambientazione riguarda le cascate del Bucamante, che devono il loro nome alla tragisca storia del pastore Titiro e della nobile dama Odina. Lei era bellisima, giovane, bionda ed era solita fare lunghe passeggiate per i boschi in compagnia della sua domestica, e fu in una di queste camminate che incontrò il giovane pastore Titiro, anch’egli bellissimo. I due si innamorarono, per poi incontrarsi in segreto, ma un giorno la domestica invidiosa disse tutto ai genitori di Odina, che fecero rinchiudere la figlia nel castello. Odina però riuscì a scappare e raggiunse Titiro, ma non passò molto tempo che udirono le voci dei domestici in lontananza, così, capendo che il loro amore sarebbe finito, si gettarono dalle cascate del Bucamante, in un tenero abbraccio che li avrebbe uniti per l’eternità. Foto di: Ruggero Bladaccini

La leggenda di Messer Filippo

A Spilamberto nel 1947, durante i lavori di restauro al Torrione medievale finalizzati a sanare i danni provocati dal secondo conflitto mondiale, fu scoperta una cella segreta (mt. 2 x 1,50) i cui muri erano interamente ricoperti da iscrizioni graffite: un vero e proprio diario in forma di fumetto tenuto da un prigioniero che aveva viaggiato molto, non del tutto incolto, amante del “dolce stil novo” e che si esprimeva in rima. La cella narra la storia di Messer Filippo (Felippus, come si legge sui muri), un mercante (probabilmente spagnolo) vissuto nel secolo XVI che, navigando giunge a Spilamberto per offrire le proprie sete e mercanzie alla bella castellana di cui si innamora. Ma è un amore proibito che lo conduce alla morte ed in attesa del supplizio, rinchiuso in questa angusta prigione, lascia il suo racconto sulla pietra. La leggenda vuole che prima di morire il giovane mercante abbia fatto udire alla sua bella, lontana dal luogo del patibolo, il suo lamento d’amore ed ancora oggi, nelle calde notti estive, sia facile udirlo. Diversi studiosi si sono cimentati nello studio dei graffiti concordando che essi risalgono al sec. XVI; molte rime e molti disegni, ingenui e con didascalie racchiuse in riquadri come appunto nei moderni fumetti, sono ancora leggibili anche se sempre più labili. Fino ad ora gli esperti interpellati non sono stati in grado di arrestare il processo di decomposizione del materiale utilizzato per dare colore ai graffiti, materiale la cui composizione è molto discussa: sangue? sostanze biologiche?, acque mista a polvere di pietra? Tutto contribuisce ad infittire il mistero di questa cella e del suo abitatore che gli Spilambertesi considerano ormai loro concittadino,visto che da cinquecento anni dall’alto del Torrione ne osserva, discreto, le vicissitudini. Fonte Visit Modena Foto presa dalla pagina ufficiale del Comune di Spilamberto
A Spilamberto nel 1947, durante i lavori di restauro al Torrione medievale finalizzati a sanare i danni provocati dal secondo conflitto mondiale, fu scoperta una cella segreta (mt. 2 x 1,50) i cui muri erano interamente ricoperti da iscrizioni graffite: un vero e proprio diario in forma di fumetto tenuto da un prigioniero che aveva viaggiato molto, non del tutto incolto, amante del “dolce stil novo” e che si esprimeva in rima. La cella narra la storia di Messer Filippo (Felippus, come si legge sui muri), un mercante (probabilmente spagnolo) vissuto nel secolo XVI che, navigando giunge a Spilamberto per offrire le proprie sete e mercanzie alla bella castellana di cui si innamora. Ma è un amore proibito che lo conduce alla morte ed in attesa del supplizio, rinchiuso in questa angusta prigione, lascia il suo racconto sulla pietra. La leggenda vuole che prima di morire il giovane mercante abbia fatto udire alla sua bella, lontana dal luogo del patibolo, il suo lamento d’amore ed ancora oggi, nelle calde notti estive, sia facile udirlo. Diversi studiosi si sono cimentati nello studio dei graffiti concordando che essi risalgono al sec. XVI; molte rime e molti disegni, ingenui e con didascalie racchiuse in riquadri come appunto nei moderni fumetti, sono ancora leggibili anche se sempre più labili. Fino ad ora gli esperti interpellati non sono stati in grado di arrestare il processo di decomposizione del materiale utilizzato per dare colore ai graffiti, materiale la cui composizione è molto discussa: sangue? sostanze biologiche?, acque mista a polvere di pietra? Tutto contribuisce ad infittire il mistero di questa cella e del suo abitatore che gli Spilambertesi considerano ormai loro concittadino,visto che da cinquecento anni dall’alto del Torrione ne osserva, discreto, le vicissitudini.
Fonte Visit Modena
Foto presa dalla pagina ufficiale del Comune di Spilamberto

La Ninfa del lago

Oltre a Pian del Falco, a sinistra della strada che porta a Passo del Lupo, si trova il lago della Ninfa, anticamente chiamato dei “Budaloni”. E’ un piccolo specchio d’acqua che per la felice posizione e per l’insieme pittoresco che lo attornia, infonde subito un senso di misteriosa poesia. Una volta era circondato da secolari faggi contorti dalle intemperie, ora sostituiti da larici e da abeti che, riflettendosi nell’acqua, gli fanno assumere quella colorazione verde che lo rende somigliante ad un laghetto alpino. La leggenda narra che anni e anni fa viveva nelle acque del lago una bellissima ninfa dai freddi occhi verdi. Tutti i giorni usciva dall’acqua e cantando, pettinava al sole la folta chioma in cui era avvolta. Cacciatori, pastori, carbonari, al suono di quella voce, si avvicinavano affascinati. La ninfa si tuffava nell’acqua, fissava lo sguardo magnetico negli occhi dei suoi ammiratori e si divertiva a beffarsi di loro. Li lusingava con sguardi languidi e pieni di promesse, gettava verso di loro un ponte di cristallo e li invitava a raggiungerla. Quando essi allungavano le braccia per stringere al petto l’oggetto del loro desiderio, la ninfa dal cuore gelido spezzava il ponte ed essi morivano annegati. Chi era la bella del lago che si divertiva a giocare così con i sentimenti degli uomini? Era stata una semplice pastorella della quale si era invaghita il re dei gorghi. Poichè il suo amore non era stato ricambiato, egli l’aveva condannata a non poter amare ed aveva mutato la dolcezza del suo cuore in dura perfidia. Un giorno un bel cacciatore capitò nelle vicinanze del lago ed il suo sguardo fu colpito dalla bellezza della ragazza. Ella scomparve rapidamente, ma la sua immagine rimase tanto viva nel cuore del giovane che egli cominciò ad interrogare carbonari e pastori per sapere chi fosse. Tutti risposero: “E’ la Ninfa del Lago. Guai a chi si innamora di lei! Sarebbe perduto come è già successo a tanti altri giovani”. Il cacciatore non si lasciò intimorire dai racconti, ormai in lui l’amore era superiore al timore della morte e tornò più volte al lago per vedere la ninfa quando, cantando, usciva nel sole. Ormai lei sola era importante per lui che stava per ore e ore a contemplarla, mai pago di quella visione. La ninfa, vinta dalla costanza del cacciatore, non rimase insensibile a quell’amore e un giorno, pur essendo conscia del suo destino, gettò anche verso di lui il ponte di cristallo e l’invitò ad attraversarlo. Il giovane non resistette al richiamo e si incamminò. La sua amata gli muoveva incontro, desiderosa di abbandonarsi a quel sentimento che le era proibito provare. Gli occhi dei due erano come attanagliati, le braccia ansiose di stringersi, i cuori pieni di emozione, ma quando essi furono sul punto di abbracciarsi, il ponte di cristallo si spezzò e i due caddero nelle acque che li inghiottirono. Il re dei gorghi aveva compiuto il suo sortilegio: la ninfa non poteva amare! Oggi c’è anche chi dice di udire, in alcune nottate serene, il lamento della ninfa che piange cercando sulla riva il suo cacciatore. Altri, più ottimisti, assicurano che quelle due nuvolette che salgono dalle acque del lago, si cercano, si incontrano e si uniscono, per poi gettarsi di nuovo sott’acqua, sono gli spiriti dei due amanti che, nella morte, hanno trovato la serenità desiderata. Foto presa dalla pagina facebook Lago della Ninfa Cimone
Oltre a Pian del Falco, a sinistra della strada che porta a Passo del Lupo, si trova il lago della Ninfa, anticamente chiamato dei “Budaloni”. E’ un piccolo specchio d’acqua che per la felice posizione e per l’insieme pittoresco che lo attornia, infonde subito un senso di misteriosa poesia. Una volta era circondato da secolari faggi contorti dalle intemperie, ora sostituiti da larici e da abeti che, riflettendosi nell’acqua, gli fanno assumere quella colorazione verde che lo rende somigliante ad un laghetto alpino. La leggenda narra che anni e anni fa viveva nelle acque del lago una bellissima ninfa dai freddi occhi verdi. Tutti i giorni usciva dall’acqua e cantando, pettinava al sole la folta chioma in cui era avvolta. Cacciatori, pastori, carbonari, al suono di quella voce, si avvicinavano affascinati. La ninfa si tuffava nell’acqua, fissava lo sguardo magnetico negli occhi dei suoi ammiratori e si divertiva a beffarsi di loro. Li lusingava con sguardi languidi e pieni di promesse, gettava verso di loro un ponte di cristallo e li invitava a raggiungerla. Quando essi allungavano le braccia per stringere al petto l’oggetto del loro desiderio, la ninfa dal cuore gelido spezzava il ponte ed essi morivano annegati. Chi era la bella del lago che si divertiva a giocare così con i sentimenti degli uomini? Era stata una semplice pastorella della quale si era invaghita il re dei gorghi. Poichè il suo amore non era stato ricambiato, egli l’aveva condannata a non poter amare ed aveva mutato la dolcezza del suo cuore in dura perfidia. Un giorno un bel cacciatore capitò nelle vicinanze del lago ed il suo sguardo fu colpito dalla bellezza della ragazza. Ella scomparve rapidamente, ma la sua immagine rimase tanto viva nel cuore del giovane che egli cominciò ad interrogare carbonari e pastori per sapere chi fosse. Tutti risposero: “E’ la Ninfa del Lago. Guai a chi si innamora di lei! Sarebbe perduto come è già successo a tanti altri giovani”. Il cacciatore non si lasciò intimorire dai racconti, ormai in lui l’amore era superiore al timore della morte e tornò più volte al lago per vedere la ninfa quando, cantando, usciva nel sole. Ormai lei sola era importante per lui che stava per ore e ore a contemplarla, mai pago di quella visione. La ninfa, vinta dalla costanza del cacciatore, non rimase insensibile a quell’amore e un giorno, pur essendo conscia del suo destino, gettò anche verso di lui il ponte di cristallo e l’invitò ad attraversarlo. Il giovane non resistette al richiamo e si incamminò. La sua amata gli muoveva incontro, desiderosa di abbandonarsi a quel sentimento che le era proibito provare. Gli occhi dei due erano come attanagliati, le braccia ansiose di stringersi, i cuori pieni di emozione, ma quando essi furono sul punto di abbracciarsi, il ponte di cristallo si spezzò e i due caddero nelle acque che li inghiottirono. Il re dei gorghi aveva compiuto il suo sortilegio: la ninfa non poteva amare! Oggi c’è anche chi dice di udire, in alcune nottate serene, il lamento della ninfa che piange cercando sulla riva il suo cacciatore. Altri, più ottimisti, assicurano che quelle due nuvolette che salgono dalle acque del lago, si cercano, si incontrano e si uniscono, per poi gettarsi di nuovo sott’acqua, sono gli spiriti dei due amanti che, nella morte, hanno trovato la serenità desiderata.
Foto presa dalla pagina facebook Lago della Ninfa Cimone

Misteriosa leggenda al Castello di Sestola

Una misteriosa ed arcana leggenda aleggia attorno alle mura del maestoso castello di Sestola.Fino al 1300, esso fu teatro di lotte sanguinose e guerre fratricide tra modenesi e bolognesi, per assicurarsi il predominio sul territorio. Tale influsso negativo, insieme agli spiriti dei soldati morti negli scontri, contribuirono a creare un’ “atmosfera maledetta”, fama accresciuta dal susseguirsi di episodi che avevano come vittime tutti coloro che osavano avvicinarsi alla mura del maniero, colpito da frequenti quanto inspiegabili frane. Per secoli, nulla sembrava placare “l’ira” del castello”, finché, nel 1575, San Carlo Borromeo decise di recarsi in visita alla rocca. Egli salì per la strada maestra e, a causa della fatica, si racconta che si fermò un attimo a sedere, depositando a terra il proprio copricapo. Si dice che, proprio nel luogo in cui il santo depose il cappello, si formò un cerchio della grandezza di una mano. Allora, San Carlo benedisse i dirupi sui quali sorgeva la fortezza, placando le anime inquiete di coloro che erano morti negli scontri, sotto a quelle mura. Da quel giorno, i sestolesi ed i visitatori che si recavano alla rocca non furono più vittime delle misteriose frane e, anche oggi, il castello si può visitare in tutta tranquillità. Foto di: Hotel Tirolo (Sestola)
Una misteriosa ed arcana leggenda aleggia attorno alle mura del maestoso castello di Sestola.Fino al 1300, esso fu teatro di lotte sanguinose e guerre fratricide tra modenesi e bolognesi, per assicurarsi il predominio sul territorio. Tale influsso negativo, insieme agli spiriti dei soldati morti negli scontri, contribuirono a creare un’ “atmosfera maledetta”, fama accresciuta dal susseguirsi di episodi che avevano come vittime tutti coloro che osavano avvicinarsi alla mura del maniero, colpito da frequenti quanto inspiegabili frane. Per secoli, nulla sembrava placare “l’ira” del castello”, finché, nel 1575, San Carlo Borromeo decise di recarsi in visita alla rocca. Egli salì per la strada maestra e, a causa della fatica, si racconta che si fermò un attimo a sedere, depositando a terra il proprio copricapo. Si dice che, proprio nel luogo in cui il santo depose il cappello, si formò un cerchio della grandezza di una mano. Allora, San Carlo benedisse i dirupi sui quali sorgeva la fortezza, placando le anime inquiete di coloro che erano morti negli scontri, sotto a quelle mura. Da quel giorno, i sestolesi ed i visitatori che si recavano alla rocca non furono più vittime delle misteriose frane e, anche oggi, il castello si può visitare in tutta tranquillità.
Foto di: Hotel Tirolo (Sestola)

  Lago Santo Modenese, ma perché “Santo”?

La leggenda più poetica narra di due pastorelli che in tempi antichi portavano a pascolare i loro greggi lungo le rive del lago. Il loro amore era però contrastato dalle rispettive famiglie. In una calda giornata di primavera, i due innamorati decisero di incontrarsi ancora una volta presso il lago. Il pastorello giungeva dalla confinante Garfagnana mentre la giovinetta proveniva dall’Emilia. Quando si videro, l’uno sulla sponda del lago opposta all’altra, si corsero incontro per abbracciarsi ma il ghiaccio che copriva le acque del lago, si ruppe sotto di loro inghiottendo così i due innamorati nel loro ultimo abbraccio. Da qui, il nome di “Santo”. Foto di: Alfredo Martinelli
La leggenda più poetica narra di due pastorelli che in tempi antichi portavano a pascolare i loro greggi lungo le rive del lago. Il loro amore era però contrastato dalle rispettive famiglie. In una calda giornata di primavera, i due innamorati decisero di incontrarsi ancora una volta presso il lago. Il pastorello giungeva dalla confinante Garfagnana mentre la giovinetta proveniva dall’Emilia. Quando si videro, l’uno sulla sponda del lago opposta all’altra, si corsero incontro per abbracciarsi ma il ghiaccio che copriva le acque del lago, si ruppe sotto di loro inghiottendo così i due innamorati nel loro ultimo abbraccio. Da qui, il nome di “Santo”.
Foto di: Alfredo Martinelli

 La malinconica leggenda del Castello di Guiglia

Una leggenda malinconica è legata al castello di Guiglia. A corte viveva un prode cavaliere, segretamente innamorato della figlia del castellano. Durante un torneo, la posta in palio era la mano della fanciulla: durante l’esibizione il cavaliere cadde da cavallo e la vittoria andò ad un rivale. Ma la fanciulla chiese al padre di annullare il torneo e ottenne di poter curare al castello il cavaliere ferito. Grazie alle amorevoli cure, la via della guarigione sembrava scontata ma, proprio quando i due giovani stavano per coronare il loro sogno d’amore, la ragazza scomparve misteriosamente. Per il dolore, le condizioni del cavaliere tornarono ad aggravarsi. Finché, un giorno, affacciandosi da una delle finestre del castello, non gli parve di scorgere la sua promessa sposa nei pressi del vicino ruscello. Si precipitò per raggiungerla, ma la fanciulla, spaventata, fuggì e si nascose nel fitto del bosco. Nell’attraversare il ruscello, tuttavia, perdette una scarpetta d’oro. Il cavaliere la cercò per giorni senza risultati, fino a morire di stenti. La fanciulla, in realtà, non era l’amata, ma una fata, uscita dal bosco per soddisfare la propria curiosità nei confronti del mondo. Si dice che da quell’ultima apparizione della fata, la sorgente nella quale era caduta la scarpetta d’oro, si intorpidì e cominciò a riversare nel vicino ruscello le acque color ruggire che, ancora oggi, macchiano l’erba. Foto presa dalla pagina facebook del Comune di Guiglia
Una leggenda malinconica è legata al castello di Guiglia. A corte viveva un prode cavaliere, segretamente innamorato della figlia del castellano. Durante un torneo, la posta in palio era la mano della fanciulla: durante l’esibizione il cavaliere cadde da cavallo e la vittoria andò ad un rivale. Ma la fanciulla chiese al padre di annullare il torneo e ottenne di poter curare al castello il cavaliere ferito. Grazie alle amorevoli cure, la via della guarigione sembrava scontata ma, proprio quando i due giovani stavano per coronare il loro sogno d’amore, la ragazza scomparve misteriosamente. Per il dolore, le condizioni del cavaliere tornarono ad aggravarsi. Finché, un giorno, affacciandosi da una delle finestre del castello, non gli parve di scorgere la sua promessa sposa nei pressi del vicino ruscello. Si precipitò per raggiungerla, ma la fanciulla, spaventata, fuggì e si nascose nel fitto del bosco. Nell’attraversare il ruscello, tuttavia, perdette una scarpetta d’oro. Il cavaliere la cercò per giorni senza risultati, fino a morire di stenti. La fanciulla, in realtà, non era l’amata, ma una fata, uscita dal bosco per soddisfare la propria curiosità nei confronti del mondo. Si dice che da quell’ultima apparizione della fata, la sorgente nella quale era caduta la scarpetta d’oro, si intorpidì e cominciò a riversare nel vicino ruscello le acque color ruggire che, ancora oggi, macchiano l’erba.
Foto presa dalla pagina facebook del Comune di Guiglia

   Bona, o “Bonissima” la statua più celebrata di Modena resta un enigma

La Gazzetta di Modena ha dedicato un articolo alla “Bonissima”, statua molto celebrata dai modenesi. Qui sotto vi riproponiamo l’articolo a cura di Maria Vittoria Melchioni. MODENA. Celata tra i fasti dei palazzi signorili, la Modena medievale riemerge imperiosamente con la sua cattedrale. Lasciata piazza Matteotti con la chiesa del Voto alla nostra sinistra, imbocchiamo il corso e immergiamoci nell’epoca di cavalieri, re, trovatori e trovieri sfogliando quel meraviglioso libro di pietra che è il Duomo. Non c’è modenese che sin dalla più tenera età non abbia messo piede dentro la cattedrale, scrigno di incommensurabili tesori e antologia di racconti e aneddoti che necessitano di un compendio a sé stante e che quindi ci limiteremo ad ammirare proseguendo la nostra passeggiata in direzione di Corso Canalchiaro. Qui sorgeva il nucleo più antico della città, risorta attorno alla cattedrale, dopo i fasti dell’impero romano e la seguente caduta e abbandono. A testimonianza di quel tempo, resta un gruppo di case poste proprio sulla curva tra corso Duomo e Canalchiaro. Questi edifici conservano tuttora tracce della loro origine medievale nonostante abbiano subito notevoli interventi durante gli anni Venti del secolo scorso. Casa Roteglia, Casa Borelli-Moggi, Casa Bergamini, Casa Zoboli come le vediamo oggi, sono frutto di un restauro in stile che ne ha calcato i tratti medievali, facendole diventare qualcosa di avulso dal resto dei palazzi circostanti, ma al contempo ne ha esaltato e valorizzato la peculiarità. Se alziamo lo sguardo dalle vetrine di Popoli, possiamo scorgere pregiati decori del sottotetto che incorniciano parte dell’edificio, le tre logge sovrapposte (che però non sono medievali, bensì del 1927) numerosi affreschi, una bella immagine dell’Immacolata e soprattutto gli sporti con le sbarre in ferro questi sì risalenti ai secoli bui. Se siete particolarmente curiosi, potreste continuare la passeggiata lungo le strette vie che si diramano a destra e sinistra di Corso Canalchiaro alla ricerca delle antiche targhe alfanumeriche che contrassegnavano i numeri civici secondo al suddivisione del catasto settecentesco; se invece volete continuare il percorso medievale l’appuntamento è in Piazza Grande in angolo con via Castellaro, dove ci attende una signora che sa tutto di noi, dato che ci contempla dall’alto dal 1268. È la “Bonissima” la cui identità è riconducibile ad una nobildonna di nome Bona che tanto si adoperò per i bisognosi durante una delle frequenti carestie che colpirono il nostro territorio all’epoca. Ci sono alcuni misteri attorno a questa statua alta 137 centimetri e abbigliata in modo semplice con una tunica e una cotta. Uno di questi è capire cosa stringa realmente tra le mani. Se ad una prima occhiata pare che la donna sorregga una borsa nella mano destra, alcuni studiosi hanno invece detto che si tratta di un cappuccio con il quale Bona era solita celare il capo per andare a chiedere l’elemosina ai suoi pari ceto per poter sfamare i meno abbienti. I ricchi della città le negarono la carità e la scacciarono; solamente una famiglia povera l’accolse in casa e le donò la mela che stringe nella mano sinistra (anche se un’altra versione vuole che sia un melograno, frutto che veniva usato per rappresentare Matilde di Canossa). La donna organizzò un grande banchetto con quanto raccolto riservando i piatti migliori ai poveri, mentre ai ricchi servì pane raffermo. Una versione meno epica dell’origine di questa statua vuole che essa rappresentasse l’insegna dell’Ufficio della Buona Opinione (o Buona Estima – nome che in dialetto viene pronunciato con parole che ricordano appunto il suono di “Bonissima”). Questa interpretazione cambierebbe anche la natura degli oggetti stetti in mano dalla donna, che sarebbero una borsa di monete e un pomello di una bilancia (andata persa con i secoli) simboli, appunto, degli scambi commerciali. La cosa certa è che la statua fu posta in piazza il 30 aprile (giorno in cui si festeggiava la traslazione del corpo di San Geminiano) dell’anno 1268 e che venne posta su un grandissimo piedistallo sul quale erano incise le unità di misura usate in quell’epoca, piedistallo che venne poi portato a metà del ‘400 a Palazzo Ducale ed usato come basamento per una fontana. Da quel giorno Bona ci guarda dall’alto e chissà quale banchetto ci preparerebbe se tornasse a giudicare il nostro operato. Dal lato opposto della Piazza, fa bella mostra di sé la Petra (o Preda) Ringadora che è in realtà di origine romana, quindi ben più antica, ma che visse i suoi anni di gloria all’epoca dei Comuni quando fungeva da “Speakers’ Corner” o per mettere alla berlina i debitori. Nei secoli la pietra fu spostata un po’ attorno a tutta la piazza per ovviare a varie esigenze di spazio, finì addirittura contro le colonne del portico e dentro al Palazzo dei Musei da dove fu prelevata e ricollocato dov’è ora solo nel 1936. Ultima vestigia di ciò che fu il Medioevo a Modena è l’antica porzione di mura risalente al ‘300 che si trova nel Parco delle Rimembranze, note come “Mura del Bonacolsi” dal nome del casato del grande Passerino. Foto di: Visit Modena
La Gazzetta di Modena ha dedicato un articolo alla “Bonissima”, statua molto celebrata dai modenesi. Qui sotto vi riproponiamo l’articolo a cura di Maria Vittoria Melchioni.
MODENA. Celata tra i fasti dei palazzi signorili, la Modena medievale riemerge imperiosamente con la sua cattedrale. Lasciata piazza Matteotti con la chiesa del Voto alla nostra sinistra, imbocchiamo il corso e immergiamoci nell’epoca di cavalieri, re, trovatori e trovieri sfogliando quel meraviglioso libro di pietra che è il Duomo.
Non c’è modenese che sin dalla più tenera età non abbia messo piede dentro la cattedrale, scrigno di incommensurabili tesori e antologia di racconti e aneddoti che necessitano di un compendio a sé stante e che quindi ci limiteremo ad ammirare proseguendo la nostra passeggiata in direzione di Corso Canalchiaro.
Qui sorgeva il nucleo più antico della città, risorta attorno alla cattedrale, dopo i fasti dell’impero romano e la seguente caduta e abbandono. A testimonianza di quel tempo, resta un gruppo di case poste proprio sulla curva tra corso Duomo e Canalchiaro. Questi edifici conservano tuttora tracce della loro origine medievale nonostante abbiano subito notevoli interventi durante gli anni Venti del secolo scorso.
Casa Roteglia, Casa Borelli-Moggi, Casa Bergamini, Casa Zoboli come le vediamo oggi, sono frutto di un restauro in stile che ne ha calcato i tratti medievali, facendole diventare qualcosa di avulso dal resto dei palazzi circostanti, ma al contempo ne ha esaltato e valorizzato la peculiarità.
Se alziamo lo sguardo dalle vetrine di Popoli, possiamo scorgere pregiati decori del sottotetto che incorniciano parte dell’edificio, le tre logge sovrapposte (che però non sono medievali, bensì del 1927) numerosi affreschi, una bella immagine dell’Immacolata e soprattutto gli sporti con le sbarre in ferro questi sì risalenti ai secoli bui.
Se siete particolarmente curiosi, potreste continuare la passeggiata lungo le strette vie che si diramano a destra e sinistra di Corso Canalchiaro alla ricerca delle antiche targhe alfanumeriche che contrassegnavano i numeri civici secondo al suddivisione del catasto settecentesco; se invece volete continuare il percorso medievale l’appuntamento è in Piazza Grande in angolo con via Castellaro, dove ci attende una signora che sa tutto di noi, dato che ci contempla dall’alto dal 1268.
È la “Bonissima” la cui identità è riconducibile ad una nobildonna di nome Bona che tanto si adoperò per i bisognosi durante una delle frequenti carestie che colpirono il nostro territorio all’epoca.
Ci sono alcuni misteri attorno a questa statua alta 137 centimetri e abbigliata in modo semplice con una tunica e una cotta. Uno di questi è capire cosa stringa realmente tra le mani. Se ad una prima occhiata pare che la donna sorregga una borsa nella mano destra, alcuni studiosi hanno invece detto che si tratta di un cappuccio con il quale Bona era solita celare il capo per andare a chiedere l’elemosina ai suoi pari ceto per poter sfamare i meno abbienti. I ricchi della città le negarono la carità e la scacciarono; solamente una famiglia povera l’accolse in casa e le donò la mela che stringe nella mano sinistra (anche se un’altra versione vuole che sia un melograno, frutto che veniva usato per rappresentare Matilde di Canossa).
La donna organizzò un grande banchetto con quanto raccolto riservando i piatti migliori ai poveri, mentre ai ricchi servì pane raffermo. Una versione meno epica dell’origine di questa statua vuole che essa rappresentasse l’insegna dell’Ufficio della Buona Opinione (o Buona Estima – nome che in dialetto viene pronunciato con parole che ricordano appunto il suono di “Bonissima”). Questa interpretazione cambierebbe anche la natura degli oggetti stetti in mano dalla donna, che sarebbero una borsa di monete e un pomello di una bilancia (andata persa con i secoli) simboli, appunto, degli scambi commerciali.
La cosa certa è che la statua fu posta in piazza il 30 aprile (giorno in cui si festeggiava la traslazione del corpo di San Geminiano) dell’anno 1268 e che venne posta su un grandissimo piedistallo sul quale erano incise le unità di misura usate in quell’epoca, piedistallo che venne poi portato a metà del ‘400 a Palazzo Ducale ed usato come basamento per una fontana. Da quel giorno Bona ci guarda dall’alto e chissà quale banchetto ci preparerebbe se tornasse a giudicare il nostro operato.
Dal lato opposto della Piazza, fa bella mostra di sé la Petra (o Preda) Ringadora che è in realtà di origine romana, quindi ben più antica, ma che visse i suoi anni di gloria all’epoca dei Comuni quando fungeva da “Speakers’ Corner” o per mettere alla berlina i debitori. Nei secoli la pietra fu spostata un po’ attorno a tutta la piazza per ovviare a varie esigenze di spazio, finì addirittura contro le colonne del portico e dentro al Palazzo dei Musei da dove
fu prelevata e ricollocato dov’è ora solo nel 1936.
Ultima vestigia di ciò che fu il Medioevo a Modena è l’antica porzione di mura risalente al ‘300 che si trova nel Parco delle Rimembranze, note come “Mura del Bonacolsi” dal nome del casato del grande Passerino.
Foto di: Visit Modena

 Il Castello delle Fate

Quando nell’alto medioevo il solitario e trincerato castello di Levizzano proiettava la sua fosca ombra; l’umile gente lo squadrava da lontano, fu allora che si tramandò di bocca in bocca la leggenda delle fate.Si narrava di bellissime fate di bianco vestite che nelle notti di luna piena danzavano sugli spalti del castello, leggiadre e lievi come libellule. Qualche vano di finestra allora si illuminava.Quando l’alba tingeva l’oriente: fugando le ombre, le bellissime fate sparivano. Tutto ricadeva nel mistero e la gente era convinta che le fate fossero le padrone del castello; bellissime creature passate a miglior vita e che tornavano a riammirare i luoghi cari al loro cuore, ove avevano trascorso l’esistenza. Foto di Luca Nastri Nacchio
Quando nell’alto medioevo il solitario e trincerato castello di Levizzano proiettava la sua fosca ombra; l’umile gente lo squadrava da lontano, fu allora che si tramandò di bocca in bocca la leggenda delle fate.Si narrava di bellissime fate di bianco vestite che nelle notti di luna piena danzavano sugli spalti del castello, leggiadre e lievi come libellule. Qualche vano di finestra allora si illuminava.Quando l’alba tingeva l’oriente: fugando le ombre, le bellissime fate sparivano. Tutto ricadeva nel mistero e la gente era convinta che le fate fossero le padrone del castello; bellissime creature passate a miglior vita e che tornavano a riammirare i luoghi cari al loro cuore, ove avevano trascorso l’esistenza. Foto di Luca Nastri Nacchio

LA LEGGENDA DI OLIVA

La storia è ambientata presso il Monte Belvedere, vicino a Montese, dove gli abitanti, prima di essere sconfitti da quelli di Sestola, nascosero un tesoro nel castello e lo affidarono al diavolo. Egli pose una condizione: lo avrebbe restituito in cambio di una giovane donna incinta, che avesse il nome di una pianta. Finita la guerra, tanti tentarono di recuperare il tesoro, ma nessuno vi riuscì fino a quando gli abitanti non vennero a sapre che era arrivata a vivere a Diambri una giovane di nome Oliva, insieme al marito. Attesero che il marito fosse lontano da casa e rapirono la fanciulla per portarla tra le rovine del castello. Gli abitanti fecero lo scambio e il diavolo portò nel suo regno Oliva, ma quando erano in volo, le si aprì la camicia sul petto scoprendo lo scapolare della Madonna. Il diavolo ebbe paura e lasciò cadere la fanciulla a terra. La fanciulla cadde a terra e formò una sagoma a forma di croce nel terreno. Questa storia si collega con un fatto realmente accaduto nel 1778, quando Maria Oliva Crudeli, moglie di Paolo Lanzi, venne trovata da due pastori nel bosco, distesa prona, con addosso solo la camicia e il centurino della Madonna e con molte bruciature sul corpo. Foto di: Loretta Bicocchi
La storia è ambientata presso il Monte Belvedere, vicino a Montese, dove gli abitanti, prima di essere sconfitti da quelli di Sestola, nascosero un tesoro nel castello e lo affidarono al diavolo. Egli pose una condizione: lo avrebbe restituito in cambio di una giovane donna incinta, che avesse il nome di una pianta. Finita la guerra, tanti tentarono di recuperare il tesoro, ma nessuno vi riuscì fino a quando gli abitanti non vennero a sapre che era arrivata a vivere a Diambri una giovane di nome Oliva, insieme al marito. Attesero che il marito fosse lontano da casa e rapirono la fanciulla per portarla tra le rovine del castello. Gli abitanti fecero lo scambio e il diavolo portò nel suo regno Oliva, ma quando erano in volo, le si aprì la camicia sul petto scoprendo lo scapolare della Madonna. Il diavolo ebbe paura e lasciò cadere la fanciulla a terra. La fanciulla cadde a terra e formò una sagoma a forma di croce nel terreno. Questa storia si collega con un fatto realmente accaduto nel 1778, quando Maria Oliva Crudeli, moglie di Paolo Lanzi, venne trovata da due pastori nel bosco, distesa prona, con addosso solo la camicia e il centurino della Madonna e con molte bruciature sul corpo. Foto di: Loretta Bicocchi

 

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